Come una funambola!

Come una funambola!

Un racconto per riflettere su una problematica con cui molti adolescenti si trovano a combattere: la bulimia nervosa

Il racconto che segue, nudo e crudo, fa rabbrividire per le emozioni forti che trasmette e permette al lettore di calarsi in una problematica con cui molti adolescenti si trovano a combattere: la bulimia nervosa. Si tratta di un disturbo del comportamento alimentare che comincia quasi sempre con il desiderio di perdere peso e con la convinzione di essere grassi e poco attraenti. Ci si convince che dimagrendo si possa essere più felici e in grado di realizzare i propri desideri. Ma la cosa di cui i bulimici non sono sempre consapevoli è che abbuffarsi per poi indursi il vomito, non è altro che un modo fallimentare di gestire le emozioni sgradite. Il sentirsi meglio dopo aver compensato con il vomito l’abbuffata, il placarsi dell’ansia e della paura dura solo pochi minuti per lasciare spazio al senso di colpa e di inefficacia. Essi credono di poter controllare questi atteggiamenti, ma è solo un’illusione: ad ogni episodio di abbuffata, queste condotte si irrobustiscono e si auto-rinforzano, innescando così un circolo vizioso difficile da spezzare.

Quasi sempre la bulimia nervosa è legata a fattori familiari, psicologici e sociali e non stravolge solo i comportamenti alimentari, ma anche altre aree importanti della vita della persona. E’ frequente la rinuncia alle situazioni sociali che comportano lo stare a tavola con gli altri, oppure il diventare ansiosi e irritabili rendendo i rapporti con gli altri molto difficili e tesi e condizionare negativamente una relazione amorosa come è successo alla protagonista di questa storia.

Risolvere questo problema è possibile, ma oltre ad un percorso di psicoterapia, è di fondamentale importanza una diagnosi precoce e il supporto della famiglia.

a cura della Dott.ssa Santa Maggio

Come una funambola!

Non mi piacevo. Mi aveva mollata a aveva fatto bene. Chi se la filava una come me?

Odiavo specchiarmi. Lo specchio mi deformava allargandomi. Li avevo rimossi tutti da casa mia, avevo pregato la mamma di farlo per aiutarmi.

Vedermi brutta mi demoralizzava. Se poi dovevo immaginarmi anche cicciona, i problemi cominciavano ad esser pesanti.

Mauro non aveva retto.

“Tu mi stressi! Tu e le tue fottute fissazioni”

Ero rimasta a guardarlo senza parlare. Sapevo che aveva ragione ma non riuscivo a cambiare.

Mauro era speciale: uno di quei ragazzoni che sanno ascoltarti e ti sanno amare. Mi piaceva perdermi nei suoi abbracci.

Era come se il mondo mi facesse un inchino allora e mi sentivo bellissima. Poi, al di fuori di quel perimetro, si scatenava l’orrore.

Da quando ci eravamo lasciati stavo ore e ore ad ascoltare musica riversa sul letto. La scuola era finita da poco e tutti parlavano delle sospirate vacanze. Tutti tranne me!

“Perché te ne stai sempre chiusa in casa?”, mi domandò la mamma stanca di vedermi razzolare come una gallinella inquieta da una stanza all’altra.

“Non mi va” e tagliavo corto alzando la musica a tutto volume per farla andar via.

A volte avrei quasi desiderato che si fermasse ad ascoltare un po’ di musica con me.

Due donne sole e forti eravamo. Un po’ matte e un po’ sante. Mai leggere. Dio un giorno l’avevamo mandato al diavolo. Quando il dolore ci aveva fatto raffreddare il sangue e sentire abbandonate.

Musica per dimenticare. Per bersi il cervello. Per non fottersi l’anima con la paura.

“Tieni ben strette le gambe e non soffrirai”, mi aveva ripetuto fino alla nausea quando non aveva altro da dirmi.

Povera mamma! Era così visibilmente preoccupata e io ci provavo quasi gusto.

Non so se era più insano il mio crogiolarmi nel dolore o il provocarlo senza motivo a chi amavo di più.

“Tu stai fuori!”, mi urlò appresso Mauro due o tre giorni dopo, quando finsi di non vederlo per non spiegare.

Era arrabbiatissimo, strinse i pugni più volte quando mi raggiunse e mi bloccò.

“Perché lo fai? Perché?”, mi domandò strabuzzando gli occhi color nocciola e inanellando i ricci che cadevano a cascata sulla fronte.

Non reagivo, non avevo la forza di ammettere a me stessa che ero strana.

Mi strattonò, mi abbracciò, mi strinse per farmi capire che c’era ancora. Ma io non risposi e lo lasciai andar via per sempre.

Avevo solo quattordici anni, ma dentro ero sospesa.

Come una funambola!

Le invidiavo le funambole. Erano in grado di camminare nel vuoto, a mezz’aria, con lo sguardo proiettato in avanti, sfiorando le nuvole come a volare. Quando aprivano le braccia, spegnevano i pensieri per restare in equilibrio.

Io non sapevo più credere in Dio, avevo un cuore in totale decadenza ed ero succube della spirale perfetta d’imperfetti pensieri.

Mi ci ero chiusa da sola come in una torretta d’avorio. Inquieta contemplatrice dello svolgimento del mio malessere.

Mamma aveva stretto da tempo le gambe. Dopo l’ultima violenza subita da quell’essere immondo di mio padre, alterato dall’alcool e dalla sua nevrastenia.

Ero cresciuta in compagnia delle loro frequenti liti. Ad un certo punto erano subentrate le botte e lì avevo cominciato a chiudermi in camera per terrore con la mia musica ad altissimo volume.

Perdevo il sonno e trascorrevo le notti con le mani sulle orecchie per non sentire: anche il silenzio faceva troppo rumore! Ogni suono dall’esterno giungeva ovattato e brumose canzoni si affacciavano alla soglia della coscienza errabonda.

Detestavo mio padre! Non sopportavo il puzzo di vino che si portava addosso. Masticava amarezze e spargeva attorno veleno come un cobra pronto ad attaccare nel crepuscolo della sua follia.

E sputava sangue ogni volta che costringeva mia madre ad “aprire le gambe” con una violenza selvaggia e inenarrabile.

Si beveva le sue lacrime e le sue ultime energie.

Povera donna! Aveva smesso di combattere. Cedeva e vomitava. Cedeva e poi le stringeva sempre più forte.

Mauro sapeva e mi amava. Ci aveva provato con me, ma io gli dissi che le ragazze alla mia età non devono aprirle le gambe. Me l’aveva consigliato mamma.

Lui capì e non me lo chiese più e io lo apprezzavo. Ma non ne ero innamorata. Gli uomini mi facevano schifo e l’unico con cui mi confidavo era lui, che era diverso da tutti gli altri.

Una sera mio padre rincasò furioso cercando mamma. Qualcuno gli aveva raccontato che voleva lasciarlo e minacciò di ucciderla.

Afferrò un coltello. Mamma stava preparando la cena.

Non ci vidi più.

Aprii la porta e lo invitai ad andarsene o avrei chiamato la polizia.

Farfugliò qualcosa di incomprensibile, imprecando.

“Capisci che mi vergogno di te? Vattene prima che tu possa pentirtene. Sei di troppo qui. Nessuno ti vuole!”

Lasciò cadere il coltello, piegò il capo in una smorfia e uscì.

Fu l’ultima volta che lo vidi. Lo trovarono morto in un vicolo la sera stessa. Suicida.

Da allora mia madre le tenne sempre più strette le gambe e cominciò ad assillarmi.

Smisi di mangiare in maniera normale.

Forse non lo avevo mai fatto. Quando ero nervosa già tendevo a ingurgitare di tutto, per farmi male.

Adesso esageravo. E mi vedevo immensa, come una balena.

Mi facevo pena e gli specchi sembravano darmi ragione.

Sbraitavo, piangevo e mamma, preoccupata, acconsentì subito a eliminarli.

Non sapeva ancora che ogni notte puntualmente vomitavo.

All’inizio era quasi un gioco. Poi divenne una necessità, un bisogno compulsivo di liberarmi, di purificarmi.

La chiamavano bulimia nervosa.

Andai subito a leggerne la definizione: “uno dei più comuni disturbi alimentari, caratterizzato da alternanza di abbuffate fuori controllo e restrizione alimentare.”

Non so perché ma mi immaginai funambola. Ebbi una terribile sensazione di estraneità da me stessa.

Come avrei potuto camminare sospesa su una fune col mio peso? Potevo aggrapparmi alle nuvole con la fantasia. Potevo immaginare l’ebbrezza del vuoto e del volo.

Poi rividi il corpo di mio padre che si era tolto la vita con una fune.

“Che strano! Chi ci cammina su e chi vi precipita!”

Mi salì dal petto una risata sarcastica.

Non avevo versato una lacrima da quel giorno. Né mi ero sentita in colpa. Non gli avevo detto io di uccidersi. Aveva scelto da solo. Cosa buona e giusta. Amen!

Si chiudono così le preghiere, ma io ricordavo solo “amen” e nel mio caso significava: “ E così sia! Ben fatto!”

Ridevo e singhiozzavo ma senza lacrime.

Era troppo il dolore che avevo trattenuto. Troppo il veleno sparso su di me.

Neppure al cimitero riuscii a pensare alla sua follia come a un’intelligenza superiore. Chiusi gli occhi e cominciai a inventarlo. Il puzzo di vino ancora mi perseguitava. Qualcuno aveva deposto un fiasco vuoto irrorando la terra dov’era sepolto.

“Un altro folle. L’unico possibile compagno!”

Gli altri li aveva persi pian piano. Erano venuti meno gli affetti, i baci veri, gli abbracci sentiti. E il tempo era diventato tragico.

Non so come aveva resistito mia madre.

“Stai dimagrendo troppo, figlia mia”, mi sussurrò un giorno stendendosi sul letto al mio fianco.

“Volerai nel vento”…

“Con le gambe strette!”, aggiunsi io abbracciandola.

Finalmente era venuta da me.

“Tu non vedi, mamma cara! Sono una balena e le balene non possono volare!”

“Balena? Ti sei guardata ultimamente?”

“Non ci sono più gli specchi, ricordi?”

“Forse dovremmo rimetterli!”

Ci addormentammo abbracciate. Mi risvegliai con una voglia pazza di vomitare.

Cercai di non far rumore.

“Martina?”

Mi stavo asciugando la bocca, quando mi raggiunse in bagno. Pallida come un cencio. Con gli occhi rossi dallo sforzo.

“Martina, che stai combinando?”

“Nulla! Tutto a posto! Solo un po’ di nausea.”

“Ma se non hai quasi toccato cibo!”

In un lampo capì e mi guardò inorridita. Con gli stessi occhi vuoti che avevano contemplato e seppellito mio padre.

Non potevo reggerlo quel dolore.

Scoppiai a piangere. Un pianto isterico. Convulsivo.

Mi resi conto che il suicidio di mio padre pesava come una colpa oscura, non ancora ammessa.

L’animo turbinava come le emozioni. Come il veleno peggiore che avessi potuto ricevere.

“Tu non puoi morire!”

La sua voce ferma, pacata, dolce mi avvolse.

“Tu sei leggera e devi combattere contro il vento che può portarti via soffiando. Ti aiuterò. Andremo da uno specialista, ma non devi mollare. Tuo padre ci ha fatto tanto male, ma prima ci amava. A modo suo. Ora dobbiamo essere felici. Mauro chiama ogni giorno, mi chiede di te…”

“Il mio caro Mauro che non molla…”

Prima o poi lo chiamerò.

Adesso è presto. Ho bisogno di te. Ho bisogno di me!

“Sono debole, mamma e voglio dormire. Ricomincerò da ogni assurdità, dal tempo che non ho sentito, da quelle foglie morte all’unisono senza sole. Ricomincerò dai rumori della strada e da tutte le porte chiuse, suonando il campanello. Come una funambola! Coraggiosa!”

“E io ti sosterrò, per non farti cadere. Il vento è più pacifico se lo addomestichi e lo conosco bene. Mi ascolterà!”

(Angela Aniello)

 

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